Brexit: referendum imminente spaventa i mercati sempre di più

Dopo il crollo di venerdì, aprono ancora al ribasso le Borse europee e asiatiche. Il rischio Brexit, a 10 giorni dal referendum, continua a spaventare i mercati sempre di più. Ciò che sta accadendo è che più si avvicina la data del dentro o fuori per la Gran Bretagna, e più gli investitori hanno paura. Ai timori che arrivano dal Regno Unito, devono essere aggiunte le incertezze trasmesse dalla FED statunitense, per un quadro generale dei mercati mondiali che è davvero critico.

Brexit: euro-yen ai minimi di 3 anni

Era dal 2013 che non si registrava la quota di 118 per il cambio euro/yen: ieri la coppia valutaria ha toccato la cifra di 118,9, complice anche il crollo dell’indice Nikkei che ha fatto registrare un -3,5%. A dimostrazione del rafforzamento della valuta giapponese, anche l’atteggiamento degli investitori del Forex, che scelgono proprio lo yen come principale rifugio per le proprie operazioni. Alcune scosse al mercato potrebbero essere date questa settimana da due eventi in particolare: una nuova riunione della FED negli USA e contemporaneamente anche quella della Bank of Japan. Per ora, continua a tenere banco la reale possibilità della Brexit, che sta spingendo numerosissimi operatori di mercato a rifugiarsi in una moneta extra europea.

Regno Unito dentro o fuori: qual è davvero la scelta migliore?

C’è chi parla di catastrofe e chi di opportunità. Il denominatore comune è che comunque l’Europa sembra essere ad un passo dal crollo, a prescindere da quale sarà il risultato del referendum inglese. Se fino a qualche tempo fa l’ipotesi di un’uscita del Regno Unito dall’Eurozona sembrava utopia, oggi le carte in tavola sono piuttosto cambiate e le motivazioni portate avanti dai sostenitori della Brexit non sono affatto di poco conto. Innanzitutto, la volontà dei cittadini di non sottostare allo strapotere delle banche, ma anche i timori per le grandi disuguaglianze che si sono venute a creare tra ricchi e poveri, anziani e giovani, differenze etniche: insomma, la popolazione vuole dare un forte segnale di scontento. Per certi versi, la catastrofe si teme più per l’Europa che per l’Inghilterra, basti pensare che Londra vede, ad esempio, nell’occupazione non il suo problema principale. Certo la Gran Bretagna andrebbe incontro ad alcuni limiti che potrebbero generare altri tipi di malcontenti, ma quella che fino a poco tempo fa sembrava solo un’ipotesi suicida folle, oggi potrebbe essere diventata una possibilità da sfruttare. Dieci giorni alla sentenza.

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