
Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, ha confermato che i tassi d’interesse resteranno fermi all’1%, cercando di allontanare i possibili timori derivanti dalla spinta dell’inflazione. Infatti la crescita dei prezzi – come conferma lo stesso Draghi – rimarrà sopra il 2%, ma entro la fine del 2012 dovrebbe tornare al target. Il vero problema, secondo il numero uno della Bce, è legato alla crescita dei paesi dell’Eurozona: una crescita troppo moderata. “E’ quasi impossibile dare un giudizio sull’andamento medio dell’economia europea. Ci sono alcuni Paesi che sembrano destinati a entrare in recessione e altri che invece appaiono in grado di superare l’attuale crisi senza contrazione economica. E’ un momento di grande incertezza e siamo tutti chiamati alla massima sorveglianza rimanendo pronti ad adottare tutte le misure necessarie” spiega il presidente della Banca centrale europea. Mentre per l’Italia, Mario Draghi mantiene un cauto ottimismo, confermando che “alcuni Paesi stanno compiendo progressi davvero notevoli nei programmi di consolidamento fiscale e i mercati dovrebbero appezzare questi progressi”, chiara allusione all’Italia. Ma c’è qualche Paese che preoccupa particolarmente, è il caso dell’Ungheria. “La legge da poco approvata (che limita l’indipendenza della banca centrale ungherese) non è in sintonia con lo spirito dei trattati europei per quanto riguarda l’indipendenza delle banche centrali. Per questo seguiamo con attenzione gli svluppi a riguardo”.

Il Fondo Monetario Internazionale (detto Fmi) rivaluta la stima del PIL: il FMI lascia invariata la stima del PIL italiano del 2011, che si attesterà all’1%, come già segnalato ad ottobre 2010, mentre taglia la stima del 2012 dello 0.1%, mostrando dunque il dato di crescita del PIL dell’1.3%. Questi dati sono stati comunicati in Sud Africa, a Johannesburg, in occasione di un incontro dell’FMI. I dati europei mostrano una crescita dell’1.5% di tutti i paesi della zona Euro, mentre la crescita salirà all’1.7% nel 2012, anche se il dato è stato ancora una volta tagliato dello 0.1%, rispetto ai dati di ottobre 2010. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, “la dimensione dell’European Financial Stability Facility va aumentata e il suo mandato dovrebbe essere più flessibile. Per i paesi dove il sistema bancario rappresenta una grande fetta dell’economia, è ora più che mai essenziale assicurare l’accesso a fondi sufficienti. Infatti il meccanismo di risoluzione deve essere rafforzato se necessario” si legge in una nota. Ma è chiaro che il Fondo Monetario Internazionale vuole che i Paesi che ne fanno parte, possano combattere gli alti livelli di debito, sia per i paesi della zona Euro, che per quelli che si trovano fuori. “Le pressioni sull’Irlanda sono risultate particolarmente severe, e hanno portato al piano Ue-Bce-Fmi. I legami fra i rendimenti medi dei titoli di Grecia e Irlanda con quelli del Portogallo restano elevati, ma le correlazioni – si legge nella nota dell’FMI – sono aumentate fortemente negli ultimi mesi con i rendimenti spagnoli e, in misura minore, con quelli dell’Italia, con l’intensificarsi delle pressioni sugli spread”.

L’ultima seduta della settimana in Borsa, non ha portato buone nuove. In calo molte delle principali piazze azionarie, come Milano (-3,79%), Wall Street (-3,13%) Francoforte -1,91%, Londra -1,63% mentre ancora più netto il calo a Parigi -2,86% e Madrid -3,8%. Il tonfo delle borse è da attribuire allo scivolone delle Banche: il comparto bancario infatti paga la crisi sulla situazione finanziaria in Ungheria e le forti perdite della banca francese Societè Generale.
Ma non è solo questo il dato da affrontare, infatti c’è la questione Euro-Dollaro. Nel frattempo che le borse sono in calo, viene fuori ancora una volta il problema dell’Euro, in forte calo. Se consideriamo i dati di alcuni mesi fa, a metà marzo, la valuta europea aveva toccato 1,38 dollari. Adesso, qualche mese dopo, c’è stata una grossa caduta, portando il rapporto di un Euro a 1,2o dollari. Il mercato internazionale tende a premiare le valute più stabile, come lo yen giapponese e il dollaro americano. Analizzando i motivi, possiamo dire che non hanno di certo aiutato i problemi fra la Banca Tedesca (Bundesbank) e la BCE (Banca Centrale Europea). Ma dobbiamo anche pensare che all’inizio della settimana, la valuta europea aveva toccato quota 1,2350 sul dollaro. Quindi la flessione forte è arrivata negli ultimi giorni della prima settimana di giugno. Tra l’altro, sempre analizzando alcuni dati “storici”, possiamo dire che il 4 giugno 2010 è una data storica: si è toccato infatti il minimo storico dal marzo 2006, con 1,2051.
Pietro Gugliotta