
Il centro studi di Unioncamere, Unione italiana delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, ha effettuato una previsione tutt’altro che positiva sull’occupazione in Italia nel corso del 2011. Infatti secondo i dati raccolto da Unioncamere, sarà un autunno molto negativo per quello che riguarda l’occupazione: a fine 2011 infatti le imprese con almeno un dipendente, circa 1.5 milioni di aziende, perderanno ben 88mila posti di lavoro, con un calo dello 0.7% dell’occupazione dipendente. Le piccole e medie imprese sono sicuramente quelle più a rischio, passando ad un livello di localizzazione geografica, lo studio spiega come è il Sud ad essere in maggiore affanno. I dati poi confermano il trend fortemente negativo degli ultimi anni: nel 2009 infatti la crisi bruciò 213.000 posti di lavoro circa, a cui vanno a sommarsi i 178 mila che sono andati persi nel 2010. L’emorragia nel settore dell’occupazione se non altro riesce a rallentare, ma è chiaro che questi numeri non sono positivi per un mercato, quello del lavoro, in forte crisi. Quali sono i settori lavorativi dove la perdita di posti di lavoro è piu accentuata? Sicuramente quello industriale (-1.2%) ed il settore alberghi e ristoranti (-1% circa); il settore dei servizi avanzati invece fa segnare un segno positivo, con un aumento di 1.500 unità lavorative.
Pietro Gugliotta

Nuovo studio dell’Istat, che concentra la sua analisi sul lavoro: la domanda di lavoro relativa ai contratti di lavoro a chiamata. “Con questo contratto il lavoratore si pone a disposizione di un datore di lavoro che può richiedere la prestazione lavorativa, nei limiti stabiliti dalla legge, anche in momenti successivi alla stipula del contratto”. Ecco nel dettaglio uno stralcio dello studio redatto dall’Istituto di Statistica Nazionale, il testo integrale potete trovarlo qui. “I primi contratti di lavoro a chiamata sono stati stipulati nel 2004, tuttavia nei dati amministrativi utilizzati le informazioni di interesse sono disponibili a partire dal 2006 poiché soltanto all’inizio di tale anno l’Inps ha definito la relativa disciplina previdenziale. Le stime considerano il periodo sino alla fine del 2009 e verranno aggiornate periodicamente. Complessivamente, nel 2009 le posizioni lavorative a chiamata raggiungono le 111 mila unità in media annua facendo registrare un incremento del 75%circa rispetto al 2007. La quota di lavoratori a chiamata che percepiscono, nel periodo in cui non vengono utilizzati, l’indennità di disponibilità in quanto si sono impegnati a rispondere positivamente alla chiamata del datore di lavoro, risulta estremamente ridotta (non superiore all’1%). Il dettaglio per attività economica mostra che nel settore degli alberghi e ristoranti si concentra circa il 60%del totale dei lavoratori intermittenti. La restante quota è occupata prevalentemente nei settori dell’istruzione, sanità, servizi sociali e personali (12%circa) e del commercio (circa il 10%). Il job-on-call non risulta affatto utilizzato, invece, nel settore dell’intermediazione monetaria e finanziaria. La regione in cui si concentra il maggior numero di contratti a chiamata è il Veneto (intorno al 20%), che contribuisce a fare del Nord-est la ripartizione in cui il ricorso al job-on-call è più elevato (circa 41%). Il Nord-ovest è caratterizzato da un’alta concentrazione di lavoratori a chiamata in Lombardia (intorno al 17%), mentre il Centro presenta una maggiore dispersione tra le diverse regioni. Generalmente basso è il ricorso al lavoro a chiamata nel Sud e ancor di più nelle Isole (rispettivamente 9 e 2% circa)”.
Pietro Gugliotta