
Il colosso tedesco Deutsche Bank ha chiuso il 2009 con un utile netto di 5 miliardi di euro, un buon risultato se confrontato alla perdita di 3,9 miliardi dell’anno prima. L’ultimo trimestre del 2009 ha fatto segnare un utile netto di 1,3 miliardi, più del doppio rispetto alle stime, che invece prevedevano un valore di 660 milioni. Nell’ultimo trimestre 2008 si era registrata una perdita di 4,78 miliardi.
A livello di dividendi, l’istituto tedesco propone 0,75 euro per azione ordinaria contro le stime di 0,77 euro. L’utile lordo annuale si è assestato nel 2009 sui 5,2 miliardi, contro i 5,4 miliardi delle stime e i -5,7 miliardi nel 2008. Per quanto concerne gli accantonamenti per le perdite su crediti, nell’ultimo trimestre hanno toccato quota 560 milioni di euro, sotto le attese degli analisti e sotto i 591 milioni dell’anno prima, ma sopra i 544 milioni del terzo trimestre.
Dando uno sguardo ai dati dell’ultimo trimestre, si può notare come la società abbia battuto le attese degli analisti grazie alle attività di investment banking e ai benefici fiscali. Il numero uno di Deutsche Bank, Josef Ackermann, ha evidenziato che i parametri patrimoniali della banca non sono mai stati così buoni, pronosticando un trend di miglioramento dell’economia e di stabilizzazione dei mercati finanziari e aggiungendo che siamo ancora nella fase di uscita dalla crisi, ma che la banca tedesca ha le carte in regola per gestire le sfide e le opportunità che si presenteranno in questo 2010.
Giuseppe Raso

I due esponenti di spicco dell’economia italiana hanno idee un po’ diverse circa il riassetto regolamentare del sistema finanziario internazionale. Se da un lato il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, si dice convinto della necessità di un’autorità, che abbia il potere, i fondi, il budget e la competenza per gestire i fallimenti bancari, dall’altro il ministro dell’economia Tremonti, fa sapere che non bastano regole tecniche a superare le crisi, sostenendo a gran voce il ruolo della politica in tali ambiti.
Dal Forum di Davos, dove si sono incontrati banchieri e autorità, è stato chiarito che a livello di misure sul capitale, di liquidità e di cornice legale delle banche è necessario un coordinamento globale, in quanto il sistema bancario è molto interconnesso. Il Forum ha sottolineato l’importanza di tre pilastri: ridurre il rischio di fallimento degli istituti di grande dimensione, ridurre la probabilità di tali fallimenti, mettere in campo dei meccanismi per una gestione efficiente di queste eventualità.
Il presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, conferma la necessità di un quadro regolamentare finanziario globale, in quanto un settore bancario fragile non è più permesso, il rischio sistemico è troppo elevato e occorre minimizzare l’impatto dei fallimenti dei colossi finanziari, in grado di creare effetti domino catastrofici. Ma una coordinazione a livello globale pare molto complicata, in gioco ci sarebbero troppi attori economici e autorità di regolamentazione e di vigilanza.
Giuseppe Raso

Una fine anno degna di nota quella di Goldman Sachs, una delle più grandi e affermate banche d’affari del mondo, che si dimostra una vera e propria macchina da soldi. Nell’ultimo trimestre del 2009 la società ha segnato dei profitti netti per 4,95 miliardi di dollari, portando così il saldo dell’intero anno a quota 13,39 miliardi di dollari. Ogni azione ha segnato un utile di 8,20 dollari, contro la perdita di 4,97 dollari per azione rilevata nello stesso trimestre del 2008.
Gli analisti avevano comunque stimato un utile per azione inferiore, pari a 5,1 dollari. L’utile per azione nell’intero 2009 supera così i 22 dollari, con un dividendo di 35 centesimi per azione. A livello globale la società finanziaria ha ottenuto dei ricavi netti per 9,62 miliardi di dollari, una cifra però inferiore alle stime che riportavano un importo di 9,65 miliardi. L’ammontare accantonato per compensi e bonus e sceso del 20% rispetto al 2007. Il gruppo ci ha tenuto a precisare che il totale compensi è stato tagliato in virtù di uno stanziamento di ben 500 milioni di dollari a favore di un’istituzione benefica.
La maggior parte dei ricavi proviene dalla divisione investment banking, che proprio nel quarto trimestre 2008 ha generato ricavi per 1,64 miliardi, segnando una formidabile crescita del 58% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e del 82% rispetto al terzo trimestre 2008. Davvero risultati eccellenti, che hanno superato qualsiasi previsione, facendo della Goldman Sachs l’unico colosso finanziario americano a chiudere l’ultimo trimestre del 2009 sopra le aspettative.
Giuseppe Raso

Brutte notizie dall’Associazione bancaria italiana (Abi) in tema di mutui. Nel dicembre 2009 tornano infatti a salire i tassi sui mutui concessi dagli istituti italiani. È la prima volta dall’agosto 2008 che non si segnava un incremento sugli interessi, che proprio in tale mese erano cresciuti di 0,03 punti percentuali rispetto al luglio 2008. Nel novembre del 2009 i tassi erano del 2,90%, a dicembre invece si sono stabilizzati sul 2,95%, con un aumento dello 0,05%.
L’abi minimizza sul dato che sintetizza l’andamento dei tassi fissi e variabili, rilevando in ogni caso una certa stabilità ed escludendo una possibile inversione di tendenza. Da notare come l’Euribor, ossia il tasso base della maggior parte dei mutui, sia rimasto nel mese di dicembre su valori minimi.
Gianfranco Terriero, responsabile dell’ufficio studi dell’Abi, ha chiarito che l’aumento potrebbe essere dovuto alla variazione della composizione delle erogazioni a tassi fissi e variabili che compongono il tasso medio. Invariati invece sono rimasti i tassi alle società non finanziarie, stabilizzatisi sul 2,26%. In generale, il tasso medio ponderato sul totale prestiti alle famiglie e alle società, elaborato dall’Abi, ha subito un decremento dal 3,82% di novembre al 3,77% di dicembre. Resta negativo il trend in Italia riguardante i finanziamenti alle imprese negli ultimi mesi del 2009, mentre aumenta quello alle famiglie per l’acquisto della casa.
Giuseppe Raso

La tre giorni di riunioni dei banchieri internazionali è iniziata sabato 9 gennaio con la convocazione della prima riunione plenaria dell’anno da parte del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nell’ambito del Financial Stability Board (FSB), che raggruppa le autorità di vigilanza bancaria e di controllo dei mercati del G-20. Oggi i lavori continueranno con il G10 dei Banchieri Centrali, presso la Banca dei regolamenti internazionali. Costituito nel 1999, l’FSB si propone di promuovere la stabilità finanziaria a livello internazionale, migliorare il funzionamento dei mercati e ridurre il rischio sistemico attraverso lo scambio di informazioni e la cooperazione internazionale tra le autorità di vigilanza.
La tre giorni di riunioni, che avverrà a Basilea, sarà un punto cruciale nella fase di uscita dalla crisi finanziaria. Si è certamente arrivati ad un bivio, al momento la ripresa è molto debole e il debito nel settore pubblico sta crescendo. I mercati sono euforici, ma c’è preoccupazione da parte delle autorità per l’eccessiva assunzione di rischi da parte delle banche, che riportano alla mente il periodo pre-crisi.
Il sistema finanziario globale ha bisogno di una regolamentazione comune, e questo lo sa bene Mario Draghi, che cerca di stringere sui tempi. Man mano che passa il tempo le lobby rafforzano il proprio potere, e dunque diventa sempre più difficile apportare modifiche sostanziali alla regolamentazione. Al centro del dibattito diverse questioni, tra le quali i compensi dei banchieri, il capitale delle banche, e le banche “too big to fail”, troppo grandi per fallire. Troppe grosse banche incrementano il rischio di sistema, la crisi lo ha dimostrato, per tale motivo anche i rappresentanti delle grandi banche sono stati convocati a Basilea per una verifica del progresso dei rispettivi istituti nell’uscita dalla crisi.
Giuseppe Raso

Dall’Islanda arriva una notizia eclatante, un referendum per chiedere alla popolazione se onorare o meno gli impegni con le banche straniere. Davvero unica la scelta di un paese che ha subito una dura bancarotta a seguito della tempesta finanziaria mondiale. Il presidente Olafur Grimsson, ha infatti deciso di non firmare la legge di autorizzazione all’uso dei fondi pubblici per il rimborso dei debiti esistenti nei confronti degli istituti di credito olandesi e britannici, rimettendo la decisione nella mani di una consultazione popolare.
Da premettere il ruolo dei governi di Londra e Amsterdam, che hanno dovuto anticipare i 5,7 milioni di dollari di debito ai propri istituti di credito, per non dover subire in prima persona i danni di una gestione finanziaria molto discutibile degli islandesi, ma che inevitabilmente avrebbe intaccato la stabilità interna. Inoltre anche i 4,6 miliardi di dollari provenienti dal FMI hanno dato una mano. Ed ora gli Islandesi sembrano non essere propensi a coprire i loro debiti.
Vari comitati di cittadini in Islanda sono convinti che non devono essere loro a pagare per gli errori delle banche, e a suon di petizioni hanno indotto Grimsson alla difficile scelta di accettare il referendum popolare. Da questa vicenda l’Islanda potrebbe uscirne con le ossa rotte, in quanto potrebbe perdere quella credibilità internazionale necessaria nelle relazioni con i paesi esteri. Il segretario di Stato britannico alla Finanze, coinvolto in prima persona per via del ruolo giocato dal Regno Unito nella crisi islandese, ha fatto capire chiaramente che un voto “no” degli Islandesi equivarrebbe ad un’Islanda fuori dalla comunità finanziaria internazionale.
Giuseppe Raso

Nel 2010 scatta la possibilità di “class action”, la causa collettiva che i consumatori possono intraprendere per difendere i propri diritti contro pratiche commerciali scorrette. A scatenare polemica è la non retroattività della norma, che non potrà essere applicata ai maxi-crack avvenuti qualche anno fa come Cirio e Parmalat. Infatti si potrà intentare una causa collettiva solo se gli illeciti sono stati commessi dopo il 16 agosto 2009. In ogni caso si tratta di una vera e propria rivoluzione, che fornirà al consumatore un’arma di difesa in più, contro quelle che aziende che fanno dell’illecito la loro ragion d’essere.
L’associazione dei consumatori Codacons ha già annunciato di aver depositato i primi ricorsi contro due banche, per i costi sui conti correnti troppo elevati. La “class action” nello specifico permetterà a tutti i consumatori che hanno subito un danno da un’azienda di far valere i propri diritti attraverso il promotore dell’azione, senza necessità di ricorrere ad un avvocato.
Previsto nella Finanziaria 2008, il debutto di questo strumento è stato più volte rinviato, per via di carenze dal punto di vista procedurale, che potevano comprometterne il buon funzionamento. Comunque è previsto un periodo di rodaggio, nei tribunali non ci sono ancora sezioni specializzate in questo tipo di cause, sarà dunque necessario ancora un po’ di tempo per vedere i primi risultati. Intanto, come già detto in precedenza, la Codacons ha battezzato la “class action”, citando in tribunale Unicredit e Intesa Sanpaolo, accusate di applicare commissioni troppo alte sui conti correnti in rosso.
Giuseppe Raso

Secondo stime Adusbef e Federconsumatori con il 2010 arriveranno cospicui aumenti per le famiglie. Si tratta di ben 600 euro di rincari a famiglia. Dunque dalle associazioni di consumatori non arrivano buone notizie sul fronte economico, e l’inizio del 2010 sarà interessato da un alleggerimento del portafoglio degli Italiani.
Dalla sola Finanziaria arrivano 120 euro di rincari. Ne sono un esempio le anticipazioni tariffarie di 3 euro a passeggero su ogni singolo biglietto aereo, il contributo unificato di 103,3 euro per le spese di giustizia a carico dei lavoratori licenziati che fanno ricorso in Cassazione, e il contributo minimo di 38 euro a carico di coloro che faranno ricorso contro gli autovelox. Il Governo aveva promesso niente aumenti delle tasse, per le associazioni di consumatori il governo ha mentito spudoratamente.
Un bel rincaro di 596 euro arriva da banche, treni e carburanti, nello specifico i cittadini italiani saranno interessati da un +30 euro in bolletta per gas, un +90 euro annuo per spese di carburanti, e aumenti per le assicurazioni di 130 euro. Rincari per 30 euro per i servizi bancari, e nel settore trasporti 65 euro di aumenti per i biglietti dei treni. I rincari li vedremo comunque già a partire dal cenone di Capodanno, secondo l’Adoc festeggiare al ristorante costerà in media il 4% in più rispetto all’anno scorso.
Una vera e propria stangata per le tasche degli italiani, che il presidente di Adusbef, Elio Lanutti definisce inevitabile, aggiungendo che la crisi non è per nulla passata e che il disagio sociale è ancora molto sentito.
Giuseppe Raso

Sappiamo oggi che una partnership solida per la nostra azienda, piccola o grande che sia, è fondamentale!
Non solo crisi economiche internazionali o manovre criminali, oggi un’impresa può trovarsi in difficoltà anche durante il normale svolgimento delle operazioni di routine quotidiana, quali ad esempio mancanza di liquidità, scoperti di conto, assegni impagati dai clienti, etc. Questo solo per citare alcuni degli scenari o trends negativi che potrebbero verificarsi.
Per questo, un pilastro economico, che vada oltre la burocrazia o altro tipo di scorrettezze è necessario!
Plasmata per questa esatta ragione, nasce Imprebanca, che come recita lo slogan sarà una banca “dagli imprenditori per gli imprenditori”.
Imprebanca sarà dedicata esclusivamente alle Imprese laziali e si presenta come un vero e proprio istituto di credito dedicato alle piccole-medie imprese. Sarà presente geograficamente con 4 sportelli (come quota iniziale) per poi ingrandirsi gradualmente; la prima filiale sarà presso la sede della Confcommercio Romana.
Imprebanca è un’organismo nato dalla collaborazione e dal know-how di: Compagnia Assicurativa INA, Banca Finmat, e l’ente per concessioni ai lavoratori aziendali, ECLA.
Quindi Imprebanca rappresenta sicuramente un progetto ambizioso a cui auguriamo un proficuo successo, in quanto si stima che dovrebbe accogliere circa 25.000 clienti retail e 5000 PMI entro il 2015.
Tra gli azionisti che figurano nelle linee operative della banca, ci sono molti gruppi dell’imprenditoria di spicco Romana, impegnati nei settori edili, turistici e commerciali.