
Domanda record per i bond di Enel, che nei primi tre giorni di collocamento ha toccato quota 9 miliardi. Una domanda cospicua che Enel non sembra intenzionata a coprire, infatti ha già fatto sapere che non ha intenzione di aumentare l’importo dell’emissione obbligazionaria a 4 miliardi di euro. L’ipotesi di questo aumento era stata avanzata martedì, ma alla fine il bond si fermerà a 3 miliardi. Dunque i risparmiatori che hanno fatto richiesta si ritroveranno parzialmente soddisfatti.
La domanda record per i bond di Enel dimostra come le famiglie siano molto propense ad investire su obbligazioni corporate, proprio perché titoli di Stato e obbligazioni bancarie vendute allo sportello non offrono rendimenti appetibili. Enel offre un bond a cedola variabile e uno a cedola fissa, con rendimenti compresi tra i 65 e i 125 punti base sopra i tassi Euribor e swap.
Sono passati ormai 7 anni dal crack di Cirio e Parmalat, e ad oggi le emissioni corporate sono riservate per la maggior parte ad investitori istituzionali. Lo scorso anno, le imprese italiane hanno emesso bond per 34 miliardi di euro, di cui 32 riservati a grandi fondi e 2 ai risparmiatori. Il fatto che Enel non abbia intenzione di aumentare l’emissione è da ricollegare soprattutto alla non necessità di ulteriori fondi. Altri sostengono invece che sia stata l’imposizione per legge di un supplemento di prospetto a sconsigliare ad Enel l’aumento, poiché si sarebbe potuto verificare un rallentamento dell’operazione.
Giuseppe Raso

Le agenzie di rating sono molto spesso anticipate dal mercato stesso, dimostrando una preoccupante carenza dei giudizi di rating. Gli operatori infatti, danno sempre minore peso al rating e monitorano maggiormente le polizze sui possibili default. Ma tali derivati negli USA sono per la maggior parte scambiati in mercati poco trasparenti e sono in mano a cinque grandi banche.
Tra i vari strumenti in mano agli analisti per monitorare il debito degli stati, sono utilizzati soventemente i differenziali sulle emissioni sovrane. Nello specifico guardano i differenziali tra rendimenti di obbligazioni simili con stesso orizzonte temporale, emesse da paesi diversi, tenendo come punto di riferimento il bond dello stato per così dire più “sicuro”. Non a caso in Europa, il punto di riferimento è il TBund decennale tedesco. Anche i Credit default Swap (CDS) risultano un buono strumento per valutare la solvibilità di uno stato. In questo tipo di contratti, un soggetto terzo si assume il rischio (dietro un pagamento da parte dell’emittente) dell’eventuale insolvenza dell’emittente stesso. Spesso ci si riferisce a questi strumenti come polizze per il bond. In ogni caso, in base alla loro quotazione, ci evince il livello di rischio di insolvenza. Ad esempio se il prezzo sale, il mercato sta prezzando un maggiore rischio di insolvenza ed una maggiore probabilità di default.
Fino a poco tempo fa sconosciuti, oggi i CDS sono a dir poco “venerati” dagli analisti, che elogiano il loro potere di previsione, dimenticando però che sono negoziati su mercati Over the counter, che per loro natura sono mercati opachi e poco trasparenti. Inoltre il fatto che siano concentrati nelle mani di pochi e grandi Istituti, rende il tutto meno limpido. L’economista statunitense (Ex presidente della Fed), Paul Volcker, ritiene che questo settore della finanza debba essere oggetto di riforma, e questo significherebbe una maggiore attendibilità dei CDS.
Giuseppe Raso