
E’ stata pubblicata nei giorni scorsi, una interessante graduatoria, quella dei paesi con il Prodotto interno lordo più elevato. Questo valore riflette la potenza economica di una nazione, dunque è molto importante. A stilare questa classifica è stato un istituto britannico indipendente, il Cebr (Centre for Economics and Business Research), con sede a Londra. Al primo posto, dunque la nazione più importante economicamente, troviamo gli Stati Uniti, seguiti in seconda posizione dalla Cina. Al terzo posto troviamo – nonostante la catastrofe naturale dei mesi scorsi – il Giappone, mentre per vedere un po’ di Europa dobbiamo attendere il quarto ed il quinto posto, dove viaggiano quasi a braccetto la Germania e la Francia. Sesto paese al mondo per Pil è il Brasile: con grande sorpresa, la nazione sudamericana ha scalzato il Regno Unito, che dunque si attesta al settimo posto. All’ottavo posto troviamo l’Italia, nonostante stia vivendo un periodo di crisi molto duro, mantiene la posizione già occupata nel 2010 rimanendo davanti a Russia ed India. Il direttore del centro Cebr, Douglas McWilliams, commenta il sorpasso del Brasile sul Regno Unito, un sorpasso che pochi anni fa nessuno avrebbe mai pronosticato. “Il Brasile ha battuto per anni i Paesi europei al calcio, ma sconfiggerli sull’economia è un nuovo fenomeno. La nostra classifica mostra come stia cambiando la mappa economica del mondo, con Paesi asiatici e produttori di materie prime che danno la scalata ai primi posti e l’Europa che resta indietro”. Ma in Brasile si guarda avanti: il prossimo obiettivo – secondo quanto dichiarato dal ministro dell’economia, Guido Mantega – è arrivare ai livelli della Francia.
Pietro Gugliotta

L’agenzia internazionale di rating Moody’s ha diramato un comunicato, nel quale si conferma il valore del rating degli Stati Uniti. Non viene infatti intaccato il giudizio “AAA“, il giudizio massimo per il rating di un paese, nonostante gli Stati Uniti avessero l’outlook negativo. Proprio l’outlook negativo aveva fatto pensare che Moody’s avrebbe potuto effettuare un downgrade del rating, ma così non è stato. “I fondamentali strutturali, la stabilità politica e le prospettive economiche post-crisi sostengono un rating AAA. Valutiamo positivamente l’approvazione del Budget control act, tuttavia, senza ulteriori misure di riduzione del deficit, il rating potrebbe essere messo sotto osservazione per il downgrade nel corso del prossimo anno o dei prossimi due” si legge nel comunicato diramato dall’agenzia internazionale di rating. Dunque viene confermato il giudizio più alto ma con riserva: l’amministrazione americana dovrà porre rimedio all’alto livello del deficit, con misure ad hoc, che possano contribuire ad abbassarlo. Nel documento si legge anche che per l’economia degli Stati Uniti, non si intravedono – al momento – rischi particolari. Nella stessa occasione, Moody’s ha annunciato di aver confermato il massimo giudizio “AAA” sul rating del debito sovrano dell’Austria, mentre è stato effettuato un taglio al rating della Slovenia, passata ad “A1″.
Pietro Gugliotta

Gli Stati Uniti hanno di fronte un problema non da poco: un disavanzo di 1.200 miliardi di dollari. Per porre rimedio a questo deficit, si era pensato di creare una sorta di super commissione, che riunisse democratici e repubblicani al fine di sostenere nuove politiche per la risoluzione di questo buco economico. Una super commissione che non ha trovato però l’accordo fra repubblicani e democartici, un fattore preoccupante per l’economia di una delle principali economie mondiali. E’ chiaro che in questo modo non si potrà andare avanti: l’obiettivo principe del governo americano dovrà essere quello della riduzione di questo disavanzo. Ma senza un accordo – fanno sapere da Washington – c’è il rischio di tagli automatici alla spesa degli Stati Uniti per i prossimi dieci anni. Questa situazione è sotto l’occhio vigile ed attento delle agenzie internazionali di rating: già ad agosto, S&P aveva tagliato il rating agli Stati Uniti, passando dalla tripla A (Aaa) ad uno storico taglio a doppia A (Aa). In questi giorni anche Fitch ha lasciato intendere che le difficoltà degli Stati Uniti non passeranno inosserate, nel prossimo mese (o più probabilmente la prossima settimana) verrà esaminata la situazione americana e verrà presa una decisione sul rating statunitense: attualmente Fitch ha valutato il rating americano con la tripla A (Aaa) ed un outlook stabile. Standard and Poor’s ha deciso di lasciare invariata la valutazione del rating americano, dunque Aa+ con outlook negativo, mentre Moodys ha al momento lasciato la tripla A (Aaa) ma con outlook negativo.
Pietro Gugliotta

Se l’Europa ha alcuni paesi in grave difficoltà economica, va meglio negli Stati Uniti, dove l’occupazione torna a crescere. Infatti ad ottobre, le imprese americane hanno dato lavoro ad 80mila nuovi dipendenti, ciò ha portato il tasso di disoccupazione a scendere dal 9.1% al 9%. Un dato positivo dunque, basti pensare che si tratta del livello di disoccupazione più basso degli ultimi sei mesi. Certo il miglioramento è molto contenuto, ma è senza dubbio un segnale positivo per gli Stati Uniti. Le previsioni erano più ottimistiche, con un aumento degli occupati pari a 95 mila unità, i mercati infatti hanno accolto il dato sulla disoccupazione in maniera fredda, nonostante si tratti di un positivo miglioramento. Si tratta dunque di un miglioramento del tasso di disoccupazioni pari allo 0.1%, dato molto esiguo che fa capire quanto ci sia ancora da lavorare per ridare nuova spinta al mercato del lavoro degli Stati Uniti. Infatti è dal febbraio 2009 che il tasso di disoccupazione è salito costantemente sopra l’8%, raggiungere di nuovo quella quota sembra una impresa: per farlo scendere di mezzo punto (portandolo all’8.5%) servirà dare lavoro a 150 mila americani. L’obiettivo dunque è prefissato, adesso serve un miglioramento delle politiche occupazionali, che possa dare fiducia e slancio all’economia statunitense.
Pietro Gugliotta

Brutte notizie ancora dall’Istat: l’Istituto nazionale di Statistica ha infatti comunicato che la crescita dell’Italia rallenta. Le stime preliminari del 5 agosto sono state confermate: dunue nel secondo trimestre 2011, il PIL si è attestato al +0.3%. Si tratta di un dato leggermente superiore alla media dell’Euro zona, dove la media tocca lo 0.2%, ma se prendiamo a confronto i dati dello scorso anno, la crescita italiana è nettamente inferiore a quella dell’Euro Zona: infatti il PIL italiano è cresciuto dello 0.8%, al contrario la crescita europea si attesta all’1.6%, il doppio. Il Vecchio Continente dunque viaggia due velocità, ma non è solo un problema europeo. C’è da dire che la crescita del PIL, rispetto a dodici mesi fa, ci vede fra i peggiori paesi, insieme al Regno Unito (crescita dello 0.7%): il PIL è aumentato del 2.8% in Germania, dell’1.6% in Francia. Per quanto riguardai paesi extra europei, il PIL è cresciuto dell’1.5% negli Stati Uniti, mentre in Giappone ha subito una flessione dello 0.9%. A commentare i dati Istat, i presidenti di Federconsumatori e Adusbef, Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti. “Le stime dell’Istat sul Pil sono ancora sopravvalutate. Purtroppo la situazione è peggiore di quanto prospettato da questi dati. Anche alla luce della manovra iniqua e depressiva che il Governo Berlusconi ha approntato già sarà tanto se il PIL si discosterà dallo zero”.
Pietro Gugliotta

C’è grande attesa negli Stati Uniti per il discorso del presidente Barack Obama. Un discorso al Congresso, che sarà incentrato sulla disoccupazione, uno dei mali della nazione americana. Per combattere la disoccupazione, Obama ha studiato insieme ai suoi tecnici un piano. Si tratta di un pacchetto lavoro da 300 miliardi di dollari, come anticipa la CNN: questi fondi serviranno per creare nuova occupazione e risollevare la quota di occupazione americana. Da dove arriveranno questi fondi? Secondo indiscrezioni, potrebbero giungere dai tagli fiscali e permetteranno al governo degli Stati Uniti, di finanziare opere pubbliche e daranno direttamente aiuti alle amministrazioni locali e statali. Dunque saranno tagliate le tasse e nello stesso tempo saranno creati nuovi posti di lavoro, questo in sintesi il piano Obama. Adesso c’è da capire se il presidente americano riuscirà ad avere il supporto del Congresso, specie dall’opposizione: Obama infatti potrebbe permettere la creazione di un programma di nuovi rimborsi fiscali, nel futuro, che potrebbe compiacere proprio la parte repubblicana del Congresso. L’annuncio potrebbe arrivare quest’oggi, ma è chiaro che se il presidente Barack Obama non riceverà l’appoggio dell’opposizione, il piano per la creazione di nuovi posti di lavoro e per un taglio delle tasse sarebbe cestinato.
Pietro Gugliotta

Il presidente della Federal Reserve Bank, Ben Bernanke ha discusso recentemente della condizione degli Stati Uniti, sottolineando come la ripresa attuale sia deludente, ma che ci sono buoni propositi per la fine dell’anno. “Il tasso della ripresa è stato deludente, sulla crescita pesano ancora rischi, ciò non è sufficiente per ridurre la disoccupazione, che ha raggiunto livelli straordinariamente elevati” spiega il numero uno della Fed Bank. Bernanke non ha comunque annunciato nuove misure per contrastare la crisi e migliorare la ripresa, anticipando che qualche intervento potrebbe essere programmato per settembre. Infatti la Fed “ha una gamma di strumenti per sostenere la crescita, continuerà a valutarli nella rinione di settembre”. Questi messaggi non proprio positivi inoltre hanno depresso anche le Borse, in particolare Wall Street che ha trascinato giù diverse piazze europee nella giornata di venerdì. Ma Bernanke vede spiragli per il secondo semestre del 2011, o almeno per la seconda parte. “Abbiamo discusso i relativi meriti e i costi di tali strumenti nella riunione di agosto e continueremo a considerarli, tenendo conto anche degli sviluppi economici e finanziari nella riunione di settembre che è stata programmata di due giorni invece di uno per consentire una discussione approfondita”, ha spiegato il presidente della Fed. La situazione degli ultimi anni non mina il potenziale degli Stati Uniti, il paese migliorerà dunque nel secondo semestre dell’anno.
Pietro Gugliotta

Arriva puntuale il bilancio trimestrale dell’Ocse: l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha reso noto i dati sulla crescita economica. Il secondo trimestre 2011 ha visto un rallentamento della crescita nell’area Ocse: infatti nei primi tre mesi dell’anno, la crescita era aumentata di + 0.3%, nel secondo trimestre 2011 invece si è fermata a + 0.2%, con una perdita di 0.1%. Il dato si rivela molto positivo per Italia e Stati Uniti: infatti i due paesi, che nel primo trimestre avevano fatto segnare una crescita molto bassa (+ 0.1%), aumentano e si attestano a + 0.3%, il dato più consistente dei paesi Ocse. Inoltre Stati Uniti ed Italia sono gli unici due Paesi in cui il Pil avanza più che nel primo trimestre. Analizzando nuovamente i dati globali, capiamo i valori di questa crisi economia mondiale: infatti se nel secondo trimestre 2010, la crescita si attestava a +1%, lo stesso valore è andato calando col passare dei mesi, con un calo costante, passando a +0.6% del terzo trimestre 2010, al + 0.5% del quarto trimestre, chiudendo con il + 0.3% e + 0.2% dei primi due trimestri del 2011. Per quello che riguarda le macroaree, la crescita dell’Unione Europea si attesta a +0.2%, mentre l’area Euro raggiunge quota +0.8%, inferiore invece la crescita dei paesi del G7, che si ferma a +0.2%, in linea con l’aumento della crescita dei paesi Ocse.
Pietro Gugliotta

L’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, è intervenuto nei giorni scorsi ad un workshop del consiglio per le relazioni Italia-Stati Uniti. Chi meglio di lui poteva essere l’ospite più importante: è l’uomo che ha risollevato le sorti dell’azienda automobilistica americana Chrysler. “Quanto è avvenuto negli Usa deve essere letto in Italia in modo positivo. Se è possibile farlo là è possibile farlo anche qui. Deve cambiare però l’atteggiamento” ha spiegato Marchionne, che poi ha raccontato un aneddoto. “Venerdì la gente ringraziava per quello che è stato fatto, invece di insultare” precisa l’a.d. di Fiat e Chrysler, in riferimento al trattamento che spesso riceve in Italia. Ancora una volta Marchionne ha confermato che la Fiat non ha nessuna intenzione di muovere la sede del Lingotto da Torino agli Stati Uniti. “Non abbiamo nessuna intenzione di spostare il quartiere generale del gruppo da Torino a Detroit. Per quanto riguarda invece la sede legale dell’azienda, non è cambiato niente, il problema non è sulla mia scrivania”. Sulla questione delle quote in possesso al Governo del Canada, Marchionne ha confermato che la Fiat ha già avanzato una offerta, di 125 milioni di dollari, per l’1.7% di Chrysler in mano al governo canadese.
Pietro Gugliotta

Il Fondo monetario internazionale lancia l’allarme: nel nuovo documento, il Fiscal Monitor, appena rilasciato, si avverte che lo stato di salute dei conti pubblici mondiali è preoccupante. “I rischi per la sostenibilità fiscale rimangono elevati, - si legge nel documento redatto dal FMI - la media dei debiti pubblici nelle economie avanzate si attesterà quest’anno al 101,6%, sforando il tetto del 100% del Pil per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale. Giudichiamo essenziale l’immediato avvio di progressi annuali stabili per riportare il rapporto su livelli di prudenza nel medio periodo”. Fra i paesi che allarmano di più il Fondo monetario internazionale c’è senza dubbio la nazione degli Stati Uniti: “gli Usa hanno differito i piani di risanamento previsti per quest’anno, introducendo ulteriori stimoli e devono accelerare l’adozione di misure credibili per ridurre il rapporto debito/Pil” si legge nel documento del FMI. Migliora l’Italia, che passerà da una spesa pubblica del 2010, pari al 50.5% del PIL, al 49.8% del PIL in questo 2011, per quelle che sono le stime del FMI. Crescerà anche l’avanzo primario dell’Italia, passando dallo 0.2% del PIL del 2011, all’1.2% nel 2012 e il 2.4% nel 2016. Dunque buone notizie per l’economia italiana, che vedrà ridurre le spese pubbliche nel corso degli anni, fino ad arrivare ad una stima del 47.9% nel 2016.
Pietro Gugliotta