
Il Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, è intervenuto alla trasmissione in onda su Canale 5, “Mattino Cinque”. Durante il suo intervento, il ministor ha parlato della situazione Fiat – Chrysler, che vede in questi giorni alcuni sviluppi. Infatti si è parlato di una possibile fusione fra il gruppo automobilistico torinese e la Chrysler, azienda automobilistica americana che ha ceduto il 25% delle proprie quote al gruppo del Lingotto. Ecco il pensiero del Ministro Sacconi. “Se ci sarà una fusione tra Fiat e Chrysler, penso che il gruppo sarà multilocalizzato. Con una testa negli Usa per alcuni prodotti e una testa in Europa, credo ragionevolmente in Italia, per altri prodotti e mercati”. Lo stesso Ministro ha poi ipotizzato un incontro con l’a.d. di Fiat e Chrysler, Sergio Marchionne. “Marchionne avrà modo di dirci e spiegarci nei prossimi giorni nell’incontro con il governo convocato su richiesta di Berlusconi. La data non è ancora stata fissata, ma credo che sarà questa settimana con lo scopo di verificare lo stato degli investimenti in Italia e le prospettive dell’integrazione tra Fiat e Chrysler. Noi da tempo auspichiamo l’integrazione di Fiat con altri soggetti a livello mondiale”. L’auspicio di Sacconi comunque resta quello che la Fiat possa continuare ad investire sulla forza lavoro italiana e dunque non dismettendo fabbriche in Italia.
Pietro Gugliotta

L’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (denominata anche OCDE ha presentato un nuovo rapporto, titolato “Il il clima di incertezze provoca un rallentamento della ripresa”. Queste le parole di Pier Carlo Padoan, capo economista dell’Ocse. “Per quanto riguarda le tendenze generali dell’economia globale, il rallentamento dell’economia globale si annuncia più pronunciato del previsto. In ogni caso il rallentamento sarà comunque temporaneo ma è difficile prevederne la durata. Se la frenata sarà breve, verrà solo ritardata l’exit strategy della politica monetaria, se invece dovesse prolungarsi saranno forse necessari nuovi stimoli di politica monetaria“. Sicuramente non ci sono buone notizie per l’Italia. L’Italia infatti è l’ultima economia nel G7, secondo le previsioni dell’Ocse: il nostro paese tornerà in negativo nei prossimi due trimestri (l’unico paese nel G7), con una flessione nel Pil pari a -0.3% su base annuale. Leggero miglioramento nel prossimo terzo trimestre, ma la variazione positiva sarà solo di +0.1%, troppo bassa: dunque anche nel terzo trimestre l’economia italiana sarà la peggiore del G7. Ecco le previsioni degli altri paesi, differenziando quella del terzo trimeste e quella del quarto trimestre.
Usa (+2,0%/+1,2%),
Giappone (+0,6%/+0,7%),
Germania (+0,7%/+1,1%),
Francia (+0,7%/+0,3%),
Italia (-0,3%/+0,1%),
Gran Bretagna (+2,7%/+1,5%),
Canada (+2,2%/+2,3%),
Le previsioni medie del G7 sono pari a +1,4% nel terzo trimestre e di +1% nel quarto.
Pietro Gugliotta

La rivista americana Forbes ha pubblicato a fine luglio una classifica sui 50 marchi più famosi a livello mondiale. Cosa è Forbes? “E’ una rivista statunitense di economia e finanza fondata nel 1917 da B.C. Forbes. Dopo la sua morte nel 1954 e quella del suo primogenito Bruce nel 1964, la direzione della rivista passò al secondogenito Malcolm Stevenson Forbes (1917 – 1990). Oggi la rivista che ha anche una versione online e una radiofonica è diretta da Malcolm Stevenson “Steve” Forbes Jr. (1948–) e dai suoi fratelli”. Osservando la classifica dei 50 Marchi più famosi notiamo come i primi posti siano tutti made in Usa: svetta su tutti la Apple di Steve Jobs, nonostante i problemi legati all’antenna dell’iPhone 4, resta il brand più famoso al mondo. Segue al secondo posto la Microsoft, mentre si inserisce nel “sotto dominio” dei prodotti elettronici lo storico marchio della Coca-Cola, al terzo posto. Quarta posizione per un altro brand tecnologico, la Ibm, seguita al quinto posto da Google. Sesta è la catena di fast food McDonald’s, settima la General Electric, all’ottavo posto troviamo Marlboro ed al nono la Intel. Dobbiamo scorrere fino alla decima posizione per trovare un marchio non americano: è decima l’azienda finlandese Nokia, seguita all’undicesimo posto dalla giapponese Toyota e dalla britannica Vodafone. E l’Europa? La Germania piazza la BMW al 16esimo posto, la Francia porta Louis Vuitton al 18esimo posto, mentre la Svizzera conquista il 29esimo posto con la Nescafe, e la Svezia piazza il marchio Ikea al 37esimo posto. L’Italia? Non ci sono marchi italiani nella lista dei 50 Marchi più famosi.
Pietro Gugliotta

Il Consiglio Europeo ha approvato una tassa sulle transazioni finanziarie. Il premier italiano, Silvio Berlusconi in una intervento telefonico ad un convegno del Pdl, ha bocciato l’approvazione di questa norma. “Credo di aver reso un buon servizio al mio Paese e anche all’Europa con il veto sulla tassa sulle transazioni finanziarie. Una proposta ridicola, se fosse stata approntata solo dall’Unione Europea e non dagli altri grandi Paesi avrebbe spostato negli Usa e in altri Paesi la mole delle transazioni finanziarie internazionali”. Ma immediata e piuttosto decisa è arrivata la replica del portavoce del governo tedesco. “Tutti i paesi Ue hanno convenuto sulle conclusioni del Consiglio europeo di giovedì scorso, incluse quelle relative alla proposta di una tassa europea sulle transazioni finanziarie. Le conclusioni sono state approvate da tutti i capi di Stato e di governo del Consiglio europeo. Il Consiglio europeo – prosegue il portavoce tedesco – conviene sulla necessità che gli Stati membri introducano sistemi di prelievi e tasse a carico degli istituti finanziari per assicurare un’equa ripartizione degli oneri e stabilire incentivi volti a contenere il rischio sistemico. Inoltre è stato approvato l’articolo 17 che sottolinea la necessità di esplorare e sviluppare ulteriormente l’eventuale introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie su scala mondiale. L’Ue dovrebbe guidare gli sforzi volti a stabilire un approccio globale all’introduzione di un sistema di prelievi e tasse a carico degli istituti finanziari nella prospettiva di mantenere una parità di condizioni su scala mondiale e difenderà con vigore questa posizione di fronte ai suoi partner del G20. In tale contesto - conclude – si dovrebbe esplorare e sviluppare ulteriormente l’opportunità di introdurre un prelievo sulle operazioni finanziarie a livello mondiale”.
Pietro Gugliotta

Negli Stati Uniti è stata aperta una nuova inchiesta da parte di Andrew Cuomo, procuratore generale di New York. L’inchiesta riguarda otto grandi istituzioni finanziarie: Goldman Sachs, Morgan Stanley, Ubs, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Credit Agricole e Merryll Lynch. Le indagini si concentrano su alcune modalità seguite dalle banche, in determinate operazioni finanziarie, volte a fare pressioni sulle agenzie di rating per punteggi migliori nella valutazione dei derivati su mutui.
L’azione intrapresa sembra però molto difficile da portare avanti, e rischia di tradursi in un processo alle intenzioni, ma Cuomo si è mostrato molto sicuro sulla possibilità di dimostrare che le banche abbiano fornito informazioni false alle agenzie di rating. Ad essere colpiti soprattutto gli investitori, che ignari acquistavano prodotti finanziari soggetti a valutazioni per nulla veritiere, accollandosi in questo modo rischi eccessivi.
Al momento le otto grandi Istituzioni bancarie non hanno voluto rilasciare alcun commento. Nessuna posizione ufficiale dunque, le indiscrezioni sono state anticipate soprattutto tramite mezzo stampa, ed in particolare dal New York Times. L’inchiesta è nata da un filone di indagini ben più ampio, che aveva nel mirino alcune istituzioni finanziarie sospettate di aver nascosto agli investitori rischi su derivati legati a mutui.

La Finanziaria del gruppo Agnelli punta decisamente sullo scorporo Fiat, ed è pronta a nuovi investimenti per questo 2010. Dunque nessuna intenzione da parte della famiglia di sciogliere l’accomandita Giovanni Agnelli e C., né ridurre le categorie di azioni della holding del gruppo.
All’assemblea degli azionisti Exor, il tema centrale ha riguardato anche il futuro della Juventus, in via di rinnovamento dopo la decisione di affidare la presidenza ad Andrea Agnelli, con l’obbiettivo di risollevare le sorti di una società un po’ allo sbando visti i deludentissimi risultati ottenuti sul campo.
John Elkan, in merito alla separazione delle attività industriali da quelle dell’auto, ha riferito che: “Manterremo il nostro interesse azionario sia in Fiat sia in Fiat Industrial. È un investimento importante per noi perché siamo assolutamente convinti delle prospettive delle due società. Vogliamo assicurare, tramite le cariche sociali e la presenza di uomini designati da Exor in entrambi i cda, il buon andamento e il raggiungimento di obiettivi che consideriamo coraggiosi ma realisti”.
Elkan ha voluto sottolineare che l’Auto non ha bisogno di soci, e che oggi si sta lavorando intensamente sulla collaborazione con Chrysler. In generale il 2010 è iniziato bene per Exor, e sussistono buone prospettive. Ci saranno anche importanti investimenti in Europa e Stati Uniti, e quest’anno la maggior parte delle società facenti parte del gruppo saranno in grado di distribuire dividendi.

Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, alla conferenza stampa al margine delle riunioni dell’Eurogruppo ed Ecofin di Madrid, ha evidenziato per l’ennesima volta la fragilità e la non uniformità della ripresa, che molto probabilmente sarà più lenta rispetto agli Stati Uniti e ai paesi emergenti.
Le preoccupazioni maggiori arrivano proprio dal credito, la cui crescita dovrebbe accompagnare la ripresa, ed invece stenta a crescere, poiché i rischi su crediti sono lievitati. Proprio per questo è necessaria una maggiore pressione sulle banche, che dovranno obbligatoriamente ricapitalizzarsi per fare fronte a sofferenze finanziarie e per rafforzarsi a livello patrimoniale. Draghi si è mostrato contrario a tassare di più le banche, proprio perché potrebbe esserci un’ulteriore restrizione sull’erogazione dei prestiti.
Per il governatore è importante capire lo scopo della tassazione sugli istituti di credito, che può essere utilizzata per aiutare le banche durante la crisi, oppure per la contribuzione ad un fondo contro le insolvenze. Draghi ha poi voluto sottolineare l’urgenza di riforme strutturali che rialzino il livello di crescita, ma che devono essere necessariamente condivise a livello europeo per dare una maggiore uniformità al sistema.

Altra vittima illustre della crisi, Blockbuster, il colosso dell’home video a noleggio con oltre 6 mila filiali in tutto il mondo, rischia la bancarotta. La società si è trovata a fare ricorso al Chapter 11, la famosa legge statunitense che disciplina i casi di fallimento. Blockbuster aveva costruito la propria fortuna a scapito del cinema, allontanando molte persone dalle sale cinematografiche, ma ora si è dovuta arrendere ad internet.
Il motivo principale della bancarotta non è soltanto la pirateria, ma altri servizi legali che operano via web, e stiamo parlando di tutti quei siti che offrono film on demand come Amazon e iTunes. Prima di questi servizi evoluti, fu la TV via cavo a dare uno scossone alle solide fondamenta di Blockbuster, e dopo arrivò Netflix, film ordianti a casa direttamente tramite internet. Ma è al fenomeno on Demand, ancora in espansione, che si può dare la paternità del colpo di grazia ad una società che è rimasta sulla cresta dell’onda per più di un quarto di secolo. In ogni caso la situazione del colosso non è una novità, già nel 2009 la catena distributrice era stata inserita tra le 15 compagnie americane che non sarebbero arrivate a fine anno.
Il futuro di Blockbuster? Nessuno si sbilancia, la cosa certa è che in un mercato del genere il rinnovamento è d’obbligo, e dunque diviene inevitabile una maggiore presenza sulla rete internet, dalla quale quasi tutte le società devono passare per avere successo.

Dalle stime dell’Isae, nel rapporto annuale sulle previsioni dell’economia italiana, non arrivano notizie confortanti. La crescita del Pil si attesterà sull’1%, i consumi segneranno una ripresa, mentre la disoccupazione, nel biennio 2010-2011, toccherà l’8,8% contro il 7,8% dello scorso anno. Per il 2011 invece è previsto un tasso di crescita dell’1,4%. Il recupero del Pil Italiano sarà trainato soprattutto dal rafforzamento del commercio mondiale. L’anello debole però rimarrà l’occupazione, infatti per l’Italia la situazione non migliorerà nel 2010, occorrerà aspettare il 2011 per un’espansione minima del mercato del lavoro dello 0,7%.
Sul fronte consumi privati assisteremo ad una interessante ripresa, accompagnata però anche da inflazione, infatti la dinamica dei prezzi al consumo segnerà un +1,6% nel 2010, per poi toccare i due punti percentuali nel 2011.
Si tratterà sicuramente di una ripresa lenta, ma tuttavia in linea con l’area euro, per la quale è prevista una crescita attorno all’1,1%. A livello mondiale però si avrà una crescita più sostenuta, con un incremento del 2,9% per gli Stati Uniti e una media del 7% per la locomotiva asiatica.
Il brutto 2009 dell’economia lascerà comunque un’eredita pesante sui saldi delle finanza pubblica. Il rapporto debito/Pil desta non poche preoccupazioni, le stime Isae mostrano infatti come il rapporto sia tornato a salire nel 2008 e nel 2009, una tendenza che secondo le previsioni si prolungherebbe anche negli anni successivi. Nel 2010 dovrebbe raggiungere il 117,2% e nel 2011 il 118,2%.
Giuseppe Raso

La tensione che c’è attorno alla Grecia non stenta a placarsi negli ambienti finanziari. George Papacostantinou, ministro delle finanze greche ha dichiarato: “Stiamo facendo quanto è necessario, lo abbiamo fatto e saremo in grado di farlo”. Parole che sottolineano quanto sia ancora lontano l’annuncio della fine della tempesta. Proprio lo stesso ministro ha ribadito che il suo governo dovrà prendere ulteriori misure correttive oltre al programma di stabilità approvato dalla Commissione UE, sottolineando però che al momento non sono strettamente necessarie.
L’Europa è comunque in pressing sul governo ellenico, Olli Rehn, commissario UE agli affari economici e monetari, ha fatto capire che la Grecia dovrà assumere misure aggiuntive per raggiungere l’obiettivo di taglio del deficit del 4%. Dello stesso avviso, anche il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Ma la Grecia sembra intenzionata a resistere alle pressioni dei partner europei, insistendo sul fatto che per il momento le misure addizionali già annunciate sono sufficienti.
Intanto Commissione UE ed Eurostat hanno chiesto spiegazioni al governo greco circa il presunto aiuto di alcune banche d’affari USA per mascherare l’entità del suo debito tramite alcune operazioni Swap. Queste ulteriori ombre sui conti pubblici ellenici non spaventano il governatore della banca centrale di Cipro e consigliere della BCE, che ha dichiarato che in genere i mercati finanziari hanno reazioni eccessive, riferendosi agli spread eccessivi sul debito greco. In ogni caso si è sentito di escludere categoricamente il default di uno stato membro dell’eurozona.
Giuseppe Raso